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Ultimo aggiornamento

28.07.2026

L'imperfezione come leva di posizionamento: cosa dicono i dati sulla comunicazione dei brand nel 2026

Condotta nell'ambito dell'Osservatorio NetStrategy, questa ricerca sull’imperfezione come leva di posizionamento nella comunicazione dei brand nel 2026, si configura come uno studio finalizzato a raccogliere, incrociare e porre in relazione fonti informative di natura pubblica (tra cui Meta, TikTok, Merriam-Webster, HubSpot/Cegos, Dentsu Creative e l'Università di Pavia). Il lavoro integra la prospettiva strategica del team di NetStrategy per delineare i risvolti e gli impatti operativi di questo cambiamento per i professionisti del settore comunicativo.

In sintesi

  • Il tempo medio di visualizzazione su TikTok è oggi di circa 3,33 secondi; in un'ora di sessione un utente medio scorre più di 1.000 contenuti.
  • Il 71% degli utenti dichiara di diffidare dei brand che abusano dell'IA nella comunicazione; la preferenza per i creator generati dall'IA è scesa dal 60% al 26% in tre anni.
  • Il 50% dei consumatori globali attribuisce un valore economico superiore ai prodotti con tracce visibili di lavorazione manuale.
  • I modelli generativi fanno risparmiare tra le 6 e le 12 ore a settimana a chi lavora nel marketing (dati HubSpot/Cegos): la domanda diventa dove reinvestire quel tempo.
  • Brand come Apple, OpenAI, Heineken, Polaroid e Lacoste stanno scegliendo deliberatamente processi produttivi "imperfetti" e visibilmente umani nelle campagne dove si costruisce l'identità di marca, pur continuando a usare l'IA in produzione, analisi e logistica.

Nota di metodo

Le informazioni incluse in questo studio derivano da risorse esterne ad accesso pubblico (l'elenco esaustivo è consultabile a fine testo). NetStrategy ha curato la selezione, la validazione incrociata e l'interpretazione strategica orientata al marketing e alla comunicazione di tali evidenze. I riferimenti indicano le fonti originarie o, laddove ripresi da terzi, la fonte secondaria.

Perché la qualità tecnica non basta più (e la perfezione smette di dare valore)

Oggi, l'87% dei marketer usa l'IA quotidianamente e il livello medio dei contenuti è salito. Ma il mercato, saturo di output tecnicamente impeccabili (immagini senza un pixel fuori posto, copy strutturati alla perfezione, video generati in pochi secondi), ha smesso di premiare la sola qualità formale.

dati di oggi lo confermano:

 

Indicatore 

Dato 

Tempo medio di visualizzazione video (TikTok)3,33 secondi
Contenuti scorsi in un'ora di sessione media (TikTok) oltre 1.000
Quota del potenziale "stop-scroll" nei primi 3-5 secondi (Meta)70%
Under 25 che cambiano contenuto ogni 45-60 secondi (Meta)60%
Utenti che mantengono l’attenzione su un testo per più di 3 minuti (Meta)15%

Secondo il professor Davide Montorsi, neuroscienziato dell'Università di Pavia, non si tratta di un calo strutturale della capacità attentiva, ma di un adattamento: il cervello, esposto a migliaia di stimoli digitali al giorno, ha alzato la soglia con cui filtra. Per chi fa comunicazione questo ha una conseguenza ben precisa: non c'è meno attenzione disponibile ma ci sono meno secondi per meritarsela.

Lo slop e il crollo di fiducia nei contenuti IA

"Slop", parola dell'anno 2025 per Merriam-Webster, indica contenuti digitali di bassa qualità percepiti come generati in automatico dall’intelligenza artificiale piuttosto che pensati da una mente umana. 

La reazione a questa percezione è misurabile: 

  • Il 71% degli utenti dichiara di diffidare dei brand che abusano dell'IA in comunicazione.

  • La preferenza per i creator generati dall'IA è scesa dal 60% al 26% in tre anni.

 

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Caso studio: McDonald’s Olanda e il paradigma CASA 

Il caso dello spot natalizio di McDonald's Olanda, ritirato nel 2025 dopo una raffica di critiche, è indicativo: il pubblico non ha contestato la qualità tecnica del video, ma la palese percezione della sua falsità e l'assenza del calore che avrebbe dovuto trasmettere.

La stessa psicologia spiega molto bene il meccanismo che si è creato alla base. 

Il paradigma CASA (Computers Are Social Actors), formulato da Clifford Nass e Byron Reeves negli anni '90, descrive la tendenza automatica degli esseri umani a rispondere socialmente alle macchine che usano un linguaggio naturale, trattandole inconsapevolmente come interlocutori umani anche sapendo dal punto di vista razionale di parlare con un algoritmo.

Quando una macchina simula "calore" o "autenticità" senza possederli, si ha la sensazione di essere stati ingannati a livello emotivo. È il meccanismo psicologico su cui i brand descritti nella sezione successiva stanno costruendo un posizionamento preciso con risultati particolarmente interessanti. 

Casi studio per settore

Tech

Apple ha costruito fisicamente il nuovo logo di Apple TV: una scultura in vetro illuminata con lenti macro e gel colorati, fotografata fotogramma per fotogramma, senza CGI. Una scelta che ha senso proprio perché arriva da Apple, il brand più associato alla tecnologia avanzata al mondo: la comunicazione del digitale passa attraverso un oggetto tangibile, imperfettamente reale.

OpenAI ha girato la sua prima campagna di brand globale su pellicola, come un film. I tre spot, diretti da Miles Jay, raccontano storie vere di persone comuni che usano ChatGPT per piccoli obiettivi quotidiani. Un ragazzo che vuole fare più trazioni, qualcuno che impara qualcosa di nuovo. Niente dimostrazioni di prodotto, interfacce o effetti speciali. Solo persone reali in contesti riconoscibili. Michael Tabtabai, VP of Creative di OpenAI, ha detto esplicitamente che l'obiettivo era mostrare il brand "con umanità, creatività e un chiaro focus sulle persone". Il brand dell'IA che sceglie di comunicare attraverso le storie umane più ordinarie che si possano immaginare.

Food & beverage

Heineken ha scelto di non rispondere alla competizione con l'automazione, ma di tornare a raccontare momenti sociali reali: amici che si incontrano, conversazioni spontanee, quella magia specifica e non replicabile di un momento condiviso. Il ragionamento di base è che un'IA può generare un'immagine di persone che ridono, ma non può catturare la spontaneità imperfetta di un momento reale vissuto insieme.

Consumer goods

Polaroid ha alzato il tono fino alla provocazione. La sua campagna estiva "The Best of Summer Is Analog" ha piazzato un cartellone sulla spiaggia di Coney Island con la frase: "Andate a fare un tuffo in acqua prima che i data center se la bevano tutta". Uno stile diretto e quasi grezzo. Come ha spiegato la direttrice creativa Patricia Varella, Polaroid ha scelto di appropriarsi di questa narrativa perché la sua anima analogica le conferisce una legittimità speciale: quella di un brand la cui intera identità è costruita sull'imperfezione del momento reale.

Moda e lusso

Lacoste ha costruito fisicamente, con la campagna "Play Big", un coccodrillo di 8 metri in maglieria lavorata a mano da artigiani specializzati, senza CGI. 

Hermès e LVMH investono da anni sulla trasmissione del sapere manuale come argine alla sostituibilità tecnologica.

Il tratto comune a questi casi non è il rifiuto dell'IA, considerando che la maggior parte di questi brand continua ad usarla in analisi, ottimizzazione e logistica, ma la scelta di non usarla dove si costruisce il senso del brand.

L'errore come scelta progettuale

L'imperfezione di cui parliamo non è rinuncia alla cura dei propri contenuti, ma l'inserimento deliberato di tracce umane in un output che potrebbe essere perfettamente levigato. Una linea leggermente tremante, una sfumatura non piatta, un dettaglio che nessun algoritmo avrebbe aggiunto perché "non necessario" sono segnali che il cervello legge come prova di presenza umana.

dati economici lo confermano: 

  • Il 50% dei consumatori globali attribuisce un valore economico superiore ai prodotti che mostrano tracce di lavorazione manuale, per una percezione di valore fondata sulla scarsità reale.
  • Il mercato globale dell'artigianato vale oggi quasi 1.000 miliardi di dollari, con proiezioni oltre i 2.000 miliardi entro il 2034.

 

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Cosa cambia per chi fa comunicazione

È quello che osserviamo anche nel lavoro quotidiano con i clienti: il vantaggio competitivo si sta spostando da "chi usa l'IA meglio" a "chi sa scegliere dove non usarla". I brand che continuano a comunicare con lo stesso tono per ogni prodotto e ogni pubblico, ottimizzato ma indistinguibile, sono quelli che oggi faticano di più a fermare lo scroll.

dati HubSpot e Cegos sono molto chiari: 

  •  L'IA generativa fa risparmiare tra le 6 e le 12 ore a settimana a chi lavora nel marketing. 

In un ecosistema nel quale chiunque può generare contenuti in pochi secondi, il tempo umano è diventato la valuta più scarsa. E non parliamo del tempo speso a correggere output dell'IA, ma quello speso a pensare, a costruire, a scegliere cosa non delegare.

Come ha scritto Yasu Sasaki, global chief creative di Dentsu: "Le persone desiderano allo stesso tempo l'iper-reale e l'artigianale, il digitale e il profondamente umano. È qui che nascono la tensione e le opportunità per i brand nel 2026".

La domanda che ne deriva non è dunque se usare o meno l'IA, ma dove reinvestire il tempo risparmiato: nel pensiero strategico, nell'ascolto del cliente, in ciò che richiede giudizio e capacità di sbagliare in modo produttivo.

 

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Implicazioni operative e conclusioni

  • Decidere dove non automatizzare: il profilo che conta oggi è quello di chi sa spiegare perché una scelta non delegata all'IA aggiunge valore, non solo quello di chi sa usare i tool.
  • Distinguere efficienza da identità: l'IA può restare il motore per produzione, analisi e logistica; il punto di contatto dove si costruisce il senso del brand è un terreno diverso.
  • Progettare l'imperfezione: le tracce umane che funzionano sono scelte deliberatamente, non lasciate al caso. La differenza tra un errore e un errore di design è tutta nell'intenzionalità.
  • Presidiare la coerenza: il rischio, per chi comunica su più canali e più pubblici, non è tanto utilizzare troppa IA in assoluto, quanto usarla nello stesso modo ovunque, appiattendo proprio i punti di contatto dove il pubblico cerca un segnale di presenza umana.

In conclusione, il 2026 segna la fine della celebrazione ingenua dell'IA. L'intelligenza artificiale è diventata il tessuto connettivo sottostante, il motore che garantisce efficienza e risparmio di tempo (oltre 6 ore a settimana per marketer). Tuttavia, proprio perché l'efficienza è diventata invisibile, l'elemento umano è diventato il "premium upgrade" necessario per conferire prestigio e anima a un brand. L'artigianalità e l'imperfezione non sono i nemici dell'innovazione, ma la sua evoluzione più sofisticata. La domanda per i leader del domani è quanto valore umano riusciranno a preservare nel processo. 

Limiti dell'analisi

  1. I dati citati provengono da fonti terze e coprono in prevalenza mercati internazionali (USA, Nord Europa). 
  2. Le percentuali su fiducia e preferenza per contenuti IA (71%, 60%→26%) sono riportate da fonti secondarie citate nell'articolo; non abbiamo potuto risalire in questa versione al dataset primario per ciascuna.
  3. I casi studio (Apple, OpenAI, Heineken, Polaroid, Lacoste) sono scelte editoriali rappresentative, non un campione statisticamente costruito.
  4. Questa è un'analisi desk e va letta come sintesi critica di fonti pubbliche. 

Come citare questa ricerca

I dati e le evidenze di questa ricerca sono liberamente citabili previa menzione dell'Osservatorio NetStrategy.

Osservatorio NetStrategy (2026). L'imperfezione come leva di posizionamento: cosa dicono i dati sulla comunicazione dei brand nel 2026. Luglio 2026. 

Fonti e riferimenti

  • Merriam-Webster, "Word of the Year 2025: Slop", merriam-webster.com
  • HubSpot / Cegos, dati sull'impatto dell'IA sul tempo dei marketer (2024-2025)
  • Dentsu Creative, "Generative Realities, Trends Report 2026", brand-news.it
  • Nass, C. & Reeves, B., "The Media Equation" (1996); paradigma CASA, ipsico.it, sciencedirect.com
  • Agendadigitale.eu, "Made by Human: perché i grandi brand ora celebrano il tocco umano" (gennaio 2026), agendadigitale.eu
  • InsideMarketing, "Nella sua prima campagna di brand OpenAI racconta la magia quotidiana di ChatGPT" (ottobre 2025), insidemarketing.it
  • Italiaglobale.it, "Polaroid attacca l'IA: il cartellone shock che fa riflettere" (giugno 2026), italiaglobale.it
  • OK Salute / Repubblica, ricerca su soglia attentiva (studio con Università di Pavia, 2025), ok-salute.it
  • TEAM LEWIS, "Ecco la durata ideale per i video social nel 2026", teamlewis.com
  • Woola.it, "La soglia dell'attenzione sta davvero calando?" (2026), woola.it
  • Analisi Meta sulle video ads, dellanesta.it
  • Aragil.com, "Why Brands Like Heineken & Aerie Are Ditching AI" (ottobre 2025), aragil.com
  • We Are Social, "Digital 2025, I dati italiani", wearesocial.com

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Autore

Stefano Robbi
Stefano Robbi

Chief Executive Officer

Dal 2009 ad oggi guida NetStrategy come agenzia di  marketing specializzata in SEO, GEO, ADV, e-Commerce e marketing automation per il mercato italiano e internazionale. Stefano può accostare una formazione specifica di marketing strategico, acquisita nel M.Sc. in Marketing Management all’Università Bocconi e nella pregressa esperienza presso Microsoft Italia prima della fondazione di NetStrategy. Affianca all'attività di consulenza un'intensa attività di docenza universitaria e di public speaking in eventi nazionali e internazionali del settore digital.


Aree di specializzazione: Strategia digitale, analisi dei dati, SEO, GEO, Search Engine Marketing, E-commerce optimization, Marketing automation, Conversion Rate Optimization.

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